Una torta distorta

Una torta che simula il comportamento del territorio, avvicinando i non esperti di cose geologiche alla comprensione delle grandi modifiche crostali

 

Dire montagna significa richiamare ad evocare per ognuno di noi significati, sensazioni, esperienze e ricordi.

Per molti montagna è sinonimo di libertà conquistata attraverso lo sforzo della salita. Libertà da quanto ci costringe quotidianamente ad assoggettarci a perpetui schemi di comportamento, a regole del vivere comune tanto indispensabile quanto ossessive, a file e procedure che volentieri elimineremmo e delle quali invece siano al tempo stesso promotori e vittime.

La montagna è ispirazione letteraria, artistica, religiosa; è piacere estetico ottenuto attraverso la contemplazione di forme, contrasti tra ombre e luci, pieni e vuoti, colori, sfumature, mutamenti stagionali.

La montagna è anche, e soprattutto per me, geologo, conoscenza. E consapevolezza del passato, testimonianza silenziosa delle origini, registrazione degli incalzanti mutamenti fisici e biologici sviluppati attraverso tempi della durata di centinaia di milioni d’anni.

Il mio amore per la montagna è alimentato dal significato che rappresentano i ripidi canaloni stratificati o le cime prive di vegetazione e irte di rocce. E un trasporto viscerale verso quello che la montagna fa capire di se attraverso gli innumerevoli indizi distribuiti fra gli strati rocciosi. E questo dei monti e dei rilievi in genere che sempre mi ha coinvolto ed affascinato: percorrerli e capirli, tentare di svelarne i segreti e farne gli altri partecipi.

A chi geologo non è può sembrare strano, incomprensibile o quantomeno indecifrabile il compito di chi, al contrario, sviluppa costanti indagini geologiche sul territorio.

In cosa consiste dunque questo compito di ricerca che tanto può coinvolgere ed esaltare chi lo intraprende da costituire una sorta di inebriante continua scoperta ed incitamento?

Il geologo osserva, riconosce e raccoglie indizi e dati dagli affioramenti rocciosi che rileva. Uno degli scopi della ricerca geologica pura è quello di ricostruire come e quando una successione rocciosa si è formata e come e quando la stessa è stata eventualmente deformata durante le successive compressioni indotte dai movimenti della crosta terrestre.

E un po’ come arrivare sul “luogo del delitto” (spesso parecchi miliardi di anni dopo!) e cercare di ricostruire la successione degli eventi che l’hanno prima propiziato ed in seguito indotto.

Il geologo salendo una montagna, percorrendone i sentieri e le mulattiere spesso scavate nella roccia, risalendo i corsi dei torrenti e dei fiumi in gran parte incisi negli affioramenti, raggiungendo a fatica le pareti rocciose che non di rado si elevano da estesi ed impenetrabili grovigli di vegetazione, raggiunge ed osserva, uno dopo l’altro, un’infinità di tessere che appartengono ad un gigantesco mosaico del quale all’inizio non conosce, o comprende solo in maniera molto vaga ed approssimata.

il disegno finale. Sarà il suo compito quello di ricostruire le relazioni e le connessioni esistenti tra quelle singole tessere, separate e spesso distanziate non poco una dalle altre.

Un esempio può forse chiarire meglio il concetto.

Immaginiamo una torta. Immaginiamola enorme e composta da una successione di sottili livelli di pandispagna alternati ad orizzonti ora di cioccolata ora di crema. Prima di presentarla in tavola seguiremo una procedura insolita ma necessaria per rendere l’esempio più realistico e prossimo alla realtà. Appoggiamo la torta sopra un tavolo, posto a ridosso di una parete, e cominciamo a spingerla lentamente verso quest’ultima fino a comprimerla e deformarla.

torta1torta2Nel dolce si producono fratture, sbriciolamenti, divisioni, lenti, ma inesorabili scorrimenti di un pezzo rispetto all’altro. Quelli che erano i continui ed orizzontali livelli interni della torta ora vengono alla superficie lungo le rotture e le risalite dei blocchi più sollevati. Una vera rivoluzione. La torta non ha più nulla che ricordi la sua forma iniziale nè il suo originale tranquillo assetto orizzontale, anche se, non dimentichiamolo, è ancora tutta lì, sul tavolo. Compressa, strizzata ma sempre abbastanza compatta pur se con una forma che ora ricorda più quella di una torre diroccata.

Il nuovo aspetto non è certo tra i più invitanti. Prima di portarla in tavola è forse meglio cospargerla di zucchero a velo per mascherare lo scempio. La torta, o per meglio dire la sua più recente modifica, fa il suo ingresso in sala da pranzo accompagnata da un silenzioso coro di sguardi ben poco convinti. Inutile spiegare che l’abbiamo fatto per il bene della divulgazione scientifica, nessuno capirebbe. O quei pochi non giustificherebbero: la visione di un bel dolce, l’ho imparato anch’io complice mia moglie, non può essere sacrificata, nemmeno in nome della scienza!

Alla paletta per tagliare il dolce sostituiamo un cucchiaio, molto più idoneo, che con un senso di malcelato disagio viene usato a turno dagli invitati. C’è chi con quello asporta un blocco da una parte laterale della torta informe, chi invece preferisce raccogliere la propria porzione scavando una sorta di trincea che scende dalla sommità giù fino alla base. Altri al contrario vi avvitano il cucchiaio, avendo cura di farlo nei blocchi che più degli altri conservano una certa integrità, formando delle buche strette e profonde; altri ancora scavano delle gallerie orizzontali intercettando fitti strati di crema di cioccolato e pandispagna contorti e ripiegati.

“Fermi così!” grido io a questo punto bloccando gli esterrefatti presenti che alla sorpresa della torta distorta aggiungono il disappunto per il mio intervento a sorpresa! “Osservate, prego” aggiungo con più calma invitandoli a considerare l’oggetto dei loro scavi. “Questo è un ammasso di dolce, una volta era una torta a strati. Potrei allo stesso modo dirvi, guardando oltre la finestra, quella è una montagna: una volta era semplicemente una successione di strati orizzontali.

E adesso soffermatevi sui solchi e le trincee che avete prodotto col cucchiaio nel dolce che vi abbiamo presentato. E fate caso come lungo essi affiorino frammenti e tratti degli strati dell’originaria torta. Guardate nuovamente la montagna: trincee e solchi corrispondono a strade e sentieri e a valli scavate da corsi d’acqua. Allo stesso modo troviamo rappresentati pozzi di trivellazione e gallerie”.

Lo zucchero a velo, inizialmente distribuito a pioggia e cancellato successivamente lungo le scucchiaiate è l’equivalente della vegetazione che sui rilievi montani spesso cela, ricoprendo, buona parte degli affioramenti rocciosi.

Provate adesso, dopo aver preso atto della possibile similitudine, a considerare quanto di quell’iniziale torta rimane sul vassoio. L’originaria continuità dei singoli

livelli di crema, pandispagna e cioccolato, depositati uno dopo l’altro e uno sopra l’altro, è stata disgregata dalle lente inesorabili compressioni contro la parete. Gli interventi degli invitati hanno scavato, eroso e messo in evidenza significative e ben sviluppate successioni stratifiche del dolce.

Attraverso una serie di collegamenti e confronti tra le varie successioni affioranti nei diversi punti dell’ammasso, è possibile ricostruire quella che era l’originaria composizione della torta, definendo il numero ed il tipo dei livelli che la costituivano ed in che sequenza e posizione risultavano deposti prima che le spinte determinassero la fitta serie di contorsioni, scorrimenti, sovrapposizioni ed elisioni che ora la caratterizzano.

C’è di più. Mentre per una torta è fuori luogo approfondire ulteriormente l’analisi, nel caso della montagna e della sua successione rocciosa è possibile ed entusiasmante proseguire la ricerca. L’essere riusciti a ricollocare nel giusto assetto i singoli blocchi deformati dalle compressioni ci consente sì di individuare quello che un tempo era stato l’ordine di deposizione, uno sull’altro, dei singoli strati, ma non ancora di comprendere il tipo di ambiente nel quale si accumulavano, estremamente differente da quello attuale.

Per ora dunque ci troviamo nella condizione di chi, trovato un libro con le pagine scollate e distribuite alla rinfusa sopra un tavolo, è riuscito con pazienza a ricomporlo seguendo la numerazione progressiva dei singoli fogli, accorgendosi però che il volume è scritto in una lingua sconosciuta.

Ogni pagina del libro corrisponde ad uno strato della successione rocciosa. Ognuno di essi contiene una serie di informazioni scritte in un linguaggio che solo il geologo è in grado di interpretare. Sono informazioni che parlano di antichi paesaggi, di ambienti differenti, di climi diversi, di forme di vita ormai scomparse, di rapide modifiche, improvvisi sprofondamenti, oscillazioni del livello marino, erosioni fluviali, alluvioni e forti evaporazioni, di foreste antichissime e di colossali delta, di pianure immense e tranquille lagune, di scogliere e fondali marini, di vulcani ormai estinti da milioni d’anni e di abissi oceanici.

Tutto questo, e non solo questo, è chiaramente leggibile negli strati di una successione rocciosa. Una serie di analisi più particolareggiate fornirà indicazioni sul tipo di clima, sull’entità degli sprofondamenti e delle oscillazioni del livello marino, sull’ubicazione e la composizione delle zone sottoposte in quel dato momento ad erosione, sulle direzioni di percorso degli antichi fiumi e sul limite fra pianura e mare, sull’estensione dei delta e sull’espansione delle scogliere e la loro successiva estinzione, sulla posizione di antichissimi centri vulcanici e sulla direzione di trasporto delle loro ceneri influenzata dai venti e sui tanti, tantissimi altri caratteri. Caratteri che, tutti insieme, concorrono alla ricostruzione di quello che poteva essere, decine o centinaia di milioni di anni or sono, dopo le compressioni, le spinte, gli scorrimenti, i sollevamenti, le deformazioni ed i raccorciamenti subiti, l’aspetto attuale della montagna che periodicamente salgo, percorro osservo e tento di capire.